| di Olimpia Casarino
Esistono tempi interiori -tempi di relazione- tempi di comprensione-
tempi di accettazione - tempi di crescita molto diversi che separano
il mondo dell'afasia da quello della "normalità"
anch'esso ,però, soggetto al rischio di diventare da un momento
all'altro "diverso" e di entrare a far parte proprio di
quel mondo dal quale ora scappa, per i messaggi inquietanti e per
le testimonianze di una sofferenza che teme e non è pronto
a reggere. Proprio per questo,per noi afasici, il nostro rapporto
profondo è speciale; siamo portavoci di una ricerca interiore,
di un percorso che facciamo insieme, il mondo di chi ci è
vicino in una dimensione di normalità e noi nell'altra, in
una splendida, magica e rara sinergia che incrocia "una tantum"
questi due mondi, che procedono nella vita comune come treni su
binari lontani e paralleli ; due dimensioni di vita, due universi
contrapposti, che raramente si incrociano e fondono.
Insieme a migliaia di altre persone nel mondo, noi afasici siamo
andati a seminare messaggi, come nella parabola della semina: "Ecco,
il seminatore uscì a seminare. E mentre seminava, una parte
del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono.
Un'altra parte cadde in un luogo sassoso, dove non c'era molta terra;subito
germogliò , perché il terreno non era profondo. Ma,
spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò.
Un'altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono.
Un'altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento,
dove il sessanta, dove il trenta. Chi ha orecchi, intenda."
(Vangelo secondo Matteo, 4-9)
Il seme, non a caso, nella parabola rappresenta la parola. Il messaggio
,seminato in varie dimensioni, si scontra con le difficoltà
di comprensione del contesto sociale cui è rivolto, simbolicamente
rappresentate dalle difficoltà della natura ( sassi, terra
poco profonda, spine). Diventa produttivo e dà frutto solo
quando attecchisce nella terra buona, coltivata solo da poche anime
sensibili che ascoltano la parola e la comprendono e la applicano
con amore e costanza.
Noi stiamo spargendo il nostro seme nella speranza che qualcuno
lo raccolga e lo porti a maturazione. Altro non possiamo fare, altro
non ci è dato di fare. Nello squallido contesto politico-sociale
in cui viviamo, privo di valori etici su cui è impossibile
impostare politiche fondate sul pieno rispetto della vita del prossimo
(vedi terremoto ultimo e morte di bimbi innocenti),non è
facile andare controcorrente.
Non è detto che in questa vita vedremo il risultato del nostro
lavoro, ma può darsi che altri ,dopo di noi, raccolgano i
frutti del nostro lavoro. L'importante è crederci e operare
comunque. Io non ho niente altro di cui valga la pena occuparmi,
non devo niente a nessuno, non vendo la mia coscienza e la mia anima
agli interessi della speculazione economica che avviene ogni giorno
sulla pelle di chi soffre.
Interi lunghi passi di libri splendidi come quello della Serrano,(
il cui titolo tradotto in italiano perde moltissimo del suo contenuto
passando dall'originale "Perché non mi dimentichi"
all'anonimo e incomprensibile "Il tempo di Blanca") andrebbero
letti e discussi nei seminari di formazione con gli operatori. Ma
a quanti operatori interessa davvero scendere dal piedistallo della
loro delirante onnipotenza per entrare nel mondo reale della sofferenza?
per sentirsi demoliti nelle loro presunte certezze metodologiche?
per correre i rischi inevitabili nel divenire portavoci coraggiosi
di nuovi messaggi diretti all'apertura mentale verso altre esperienze?
a quanti interessa l'essere? la ricerca della condivisione umana
aldilà delle tecniche? In 24 anni di esperienza diretta nell'afasia,
pochissimi operatori nell'ambito della riabilitazione hanno manifestato
l' umiltà, la sensibilità, il rispetto e l'attenzione
indispensabili verso quel mondo dell'afasia definito dalla Serrano
"prigione bianca".
Ma ancora una volta si tratta di credere nella validità di
un messaggio che prima o poi qualcuno raccoglierà, farà
suo nel tempo
..Questa è la sola azione importante che
possiamo fare, a prescindere dal risultato che, comunque, incide
scarsamente sulla realtà sociale del mondo della riabilitazione
i cui interessi vanno in opposte direzioni e raggiunge ancora pochi
afasici.
Trovo molto vera l'affermazione dell'autrice che nel vissuto di
una persona afasica sia sempre presente" la forte tentazione
di tagliarsi fuori del tutto".
"Essere libera:smettere di essere una persona. Smettere di
essere una persona:la libertà. Tentazione di vivere al margine."
Questo vissuto mi appartiene soprattutto nell'esperienza relazionale
allucinante avuta con la quasi totalità dei medici la cui
formazione tipicamente occidentale diventa spesso "deformata
espressione di un potere medico", non a caso, definito "mafia
bianca". Un potere che investe la sua alta professionalità
e le sue energie migliori nella ricerca applicata sempre più
nel campo privato; un potere che non sostenendo, non incentivando
in nessun modo il processo politico per il miglioramento delle strutture
pubbliche, si rivolge a una sempre più ristretta categoria
di persone abbienti ; un potere che lotta accanitamente per la difesa
del suo mercato monopolistico e ostacola di fatto la divulgazione
, la sperimentazione e l'applicazione paritaria della millenaria
medicina naturale e orientale, (omeopatia, agopuntura , fitoterapia,
massaggi terapeutici,ecc.) collaudate dalla esperienza ospedaliera
in campo diagnostico e terapeutico come avviene da sempre per la
medicina tradizionale cinese. La "medicina naturale" ,
praticata in tutto il mondo, alla quale anche in Italia, attualmente,
ricorrono milioni di persone,viene ancora, in pieno 2000, ostacolata
nella sua diffusione. E' anch'essa spinta a vivere ai margini e
si sta trasformando in "medicina di elite" perché
, restando al di fuori dalla sua sede più idonea, l'ospedale,
ha alti costi ed è costretta pur di esistere, ad operare
privatamente. Da sempre, già prima dell'ictus, e soprattutto
dopo l'ictus, ancora di più oggi, a distanza di tempo, ho
la forte sensazione interiore di forte appartenenza alla categoria
dei pezzenti però liberi e pensanti, è descritta con
particolare intensità nel tempo di Blanca:
"Mio padre un giorno mi disse: o direttore di banca o sotto
i ponti del Mapocho. Non credeva al giusto mezzo, dove secondo lui
non c'è grandezza. Disse che il giorno in cui avesse ritenuto
insensato spogliarsi ogni mattina per ricevere la carezza benefica
dell'acqua, il giorno in cui gli fosse sembrata un'impresa da titani
farsi la doccia, quel giorno si sarebbe messo a mendicare per strada.
Grandezza oppure decadenza- che ai suoi occhi avevano la stessa
vastità- purchè assolute. Mi spiegò che le
tappe intermedie -quando il crollo è imminente e non si riesce
ad accettarlo, quando si lotta contro di esso senza speranza- quelle
sono il vero fallimento. O re o pezzente, niente vie di mezzo insomma.
Mi ricordo che risi il giorno che me lo disse.
Oggi, preferirei mille volte essere una homeless a Manhattan piuttosto
che una mezza donna qui a Santiago."
L'ipertesto è coinciso temporalmente, ma non a caso, con
la lettura del libro "Il tempo di Blanca", due occasioni
per accentuare quella che in me è "naturale vocazione
alla introspezione da cui deriva la riflessione".
La prima osservazione che mi viene da fare è che le riflessioni
e i ricordi del mio vissuto di afasica , delle esperienze vissute
con gli afasici e tra gli afasici potrebbero chiamarsi "Storie
di emarginazione nel mondo dell'afasia" perché parlano
non solo di persone colpite direttamente dall'afasia, ma anche degli
operatori della riabilitazione, in particolare di quelli dotati
di sensibilità, apertura mentale, coraggio e grandezza d'animo,
che ho avuto la fortuna di incontrare.
La prima domanda nell'ipertesto ,non a caso, è relativa al
contesto; è un' invito alla riflessione su un interrogativo
preciso: quale è l'ambiente più adatto nel quale svolgere
una azione di stimolo alla comunicazione?
Molte sono le osservazioni da fare al riguardo, ma credo che non
si possa ,in nessun caso, mai 1-prescindere da una attenta osservazione
dell'ambiente familiare in cui vive la persona afasica. Il contesto
familiare, a chi sa leggere ,offre una miniera di informazioni,
tra le quali c'è solo l'imbarazzo della scelta sugli stimoli
da cui partire per l'avvio di una comunicazione che realmente interessi
la persona afasica. Tutti gli afasici mostrano insofferenza, fastidio,
e rifiuto per le tecniche usate dai foniatri, si sentono trattati
da imbecilli o da bambini dell'asilo, mortificati nella ricchezza
di quel mondo interiore che sono impossibilitati a comunicare ,
angosciati dal tempo loro assegnato per guarire, tempo che a loro
occhi passa invano, dalla titanicità dei loro sforzi per
pronunciare parole "infantili" e non "significative"
per loro in quel momento della loro vita. Tutto questo significherà
pure qualcosa
ma, ciò nonostante, nella stragrande maggioranza
,specie al sud, gli specialisti e riabilitatori dell'afasia procedono
come carri armati, ignorando il disagio degli afasici e non modificando
una virgola nel loro comportamenti e nelle metodologie utilizzate.
Ed è inevitabile per capire le ragioni della rabbia provata
da tutti gli afasici, raccontare le tappe della mia traumatica esperienza
rieducativa, perché inconsciamente è ancora viva in
me la sofferenza sepolta nel profondo ,nonostante il passare del
tempo e l'impiego dalla razionalità per superarla.
Affiorano come da un lontano passato, uno dopo l'altro alla superficie,
ricordi angoscianti
rivivo le molte fasi del completo abbandono
in cui fui lasciata credendomi il mondo esterno, perfino medico,"un
vegetale". Questa percezione esterna che il mondo aveva del
mio stato era in netto contrasto con la mia percezione interiore,
rimasta sempre intatta, con lucidità e consapevolezza avvertivo
l'arrivo dell'ictus sentendo l'immobilità dell'intero lato
destro che si era paralizzato, l'impossibilità di parlare
,finanche di emettere un suono; con la percezione corporea scoprivo,
nel toccarmi con la mano sinistra il viso, che il labbro superiore
destro rigido e storto, assumeva quella tipica smorfia da ghigno
degli afasici.
Realizzai con terrore di essere entrata ufficialmente nella categoria
degli anziani colpiti da trombosi, che ben conoscevo e che venivano
semplicemente abbandonati al loro destino, non recuperati alla vita
in considerazione del fatto che "tanto avevano già vissuto
la loro vita". Questo atteggiamento mentale, largamente diffuso
e tuttora presente mi aveva sempre fatto rivoltare le viscere per
la rabbia. E non molto diverso, nella sostanza, fu il trattamento
riservato a me, nonostante la mia giovane età, 28 anni.
Iniziamo col dire che l'evento ,verificatosi a prima mattina, si
inserì nel quadro di uno sciopero ospedaliero ad oltranza
del novembre 1978 - cosa allucinante per una società che
si definisce civile- con le conseguenti difficoltà non solo
di reperire un'ambulanza ma anche di trovare il posto idoneo a soccorrermi,
nonché medici disponibili a venire a visitarmi. Lunghe ore
interminabili vissute nell'attesa di un soccorso
..e altre
ore vissute nei vani e disperati tentativi di comunicare con gli
occhi a chi mi stava vicino, completamente in tilt , data la particolare
situazione, del mio bisogno fisico di urinare e di avere un contatto
umano, corporeo, emotivo con mio figlio piccolo che invece fu subito
allontanato, nonostante avesse percepito la gravità della
situazione ed avesse, proprio lui, chiamato il padre a soccorrermi.
Misuravo il passare del tempo, essendo consapevole di non saper
più leggere, né contare , né leggere l' ora
l'orologio tanto familiare che regolava implacabile il ritmo
frenetico della mia vita quotidiana, era diventato all'improvviso
un oggetto estraneo ed incomprensibile
stesa sul letto nella
mia forzata immobilità ,osservavo dal balcone della stanza
da letto, il lentissimo passare del tempo dal cambiamento dei colori
determinato dal variare dell'intensità della luce del sole
il
passare del mio tempo interiore era associato al tempo della luce:
dal chiarore della mattina, alla luce piena del mezzogiorno, alla
luce che si riduceva quasi subito nel pomeriggio invernale, al buio
della sera
.
Assistevo impotente al frenetico andirivieni di persone sconosciute
che, dopo essersi affannate a farmi domande alle quali non potevo
rispondere, spaventate dalla mia gravità, impotenti nell'aiutarmi,
mi abbandonavano al mio destino. Il suono del telefono che squillava
in permanenza era il segnale di risposta alla richiesta disperata
di aiuto che si affievoliva col passare delle ore, il tam tam della
solidarietà si era mosso e rispondeva come poteva
..
Eppure i mass media avevano dato ripetute assicurazioni, rispetto
allo sciopero ospedaliero che sarebbe stata garantita comunque l'assistenza
a situazioni di grave emergenza
..
A tarda sera, l'arrivo dell'ambulanza, reperita a fatica e per effetto
di una raccomandazione di un mio caro amico medico, nel classico
stile clientelare del sud, il veloce caricamento sulla barella,
il correre a sirene spiegate tra il traffico impazzito della città,
l'arrivo in ospedale, dove fui semplicemente parcheggiata nell'antisala
della rianimazione e nuovamente lasciata da sola. Non riuscivo a
capire il passare del tempo perché ero all'interno, senza
finestre ed avevo paura ,pensavo :"se muoio, qualcuno prima
o poi se ne accorgerà? Saprà chi sono? avviserà
qualcuno? "
.poi l'ingresso nella stanza di una vecchina,
ospite come me in quel luogo strano, anticamera della morte, che
si apprestava a dormire su un lettino improvvisato. Capii quasi
subito che si trattava di una persona con problemi mentali, forse
affetta da demenza senile, perché si comportava in modo strano,
parlava da sola e si toccava in permanenza, aggirandosi nello spazio
e studiando con molta attenzione il nuovo oggetto misterioso arrivato
quando lei non c'era
.. Il mio silenzio la irritava, mi toccava,
mi scrollava per indurmi a parlarle, facendomi quasi cadere dalla
barella, non capiva perché ero muta, pensava che non volessi
parlare con lei e urlava ed inveiva contro di me che ero assolutamente
impotente
.Le sue grida svegliarono un'infermiera che finalmente
venne a vedere, capì la situazione di pericolo e si portò
via la vecchina. Passarono altre ore in cui rimasi da sola rimpiangendo
perfino la compagnia turbolenta dell'anziana signora, gelandomi
nel lago di urina che la mia vescica aveva trattenuto fino al limite
dell'umana resistenza, cosa già umiliante in sé ,
ma ancora più per l'etichetta di "incontinente"
affibiatami dallo specialista che subito dispose che venissi cateterizzata.
Il neurologo dell'ospedale, venuto all'alba del giorno dopo, corse
precipitosamente ai ripari -dopo 24 ore trascorse nell'attesa di
un soccorso medico- diagnosticò velocemente che ero in pericolo
di vita e rischiavo di entrare stabilmente in coma, tutto questo
senza rivolgermi nemmeno una parola di conforto. Ora si occupavano
tutti di me-col passare del tempo erano diventati una decina i medici
intorno a me- del mio corpo fisico esplorandolo tra punture lombari
ed altre torture che non riuscivo a vedere, dato che operavano alle
mie spalle . La sensazione più allucinante era la netta percezione
dell'assenza di un rapporto umano. Tutti si comportavano con me
come se fossi un vegetale, come se io non esistessi come persona
, come se non fossi là ,come se non percepissi il dolore
, come se non avessi un'anima, una sensibilità o emozioni
e paure che non potevo esprimere. Mi fu chiaro che nessuno di loro
percepiva che io ero lucida e comprendevo tutto e sentivo tutto
in maniera amplificata perché gli altri sensi compensavano
la mancanza della parola.
Vissi per 21 giorni in uno stato di coma semicosciente, alternando
brevi momenti di lucidità ad altri senza tempo, in cui mi
sentivo leggera e mi vedevo volteggiare dall'alto sulla stanza e
sul mio letto, non capendo se fosse realtà o stessi sognando.
Per vent'anni ho taciuto sull'esperienza dell'incontro con la luce
e con la voce nell'altra dimensione, e sul messaggio ricevuto che"
era troppo presto, che dovevo tornare nel mio corpo, alla mia vita,
che dovevo prima completare la mia missione sulla terra e poi tornare
nella luce dalla quale venivo", ma non mi fu detto quale lavoro
dovessi completare per tornare a casa
Temetti a lungo di avere avuto una allucinazione provocata dai farmaci
e dal mio stato
ma quell'esperienza si ripetè più
di una volta e in seguito capii che con l'ictus si era attivato
un canale particolare di comunicazione. Ai miei non dissi niente
,temendo di essere considerata pazza e per molti anni mi sono chiesta
quale fosse la missione.
Da quel momento iniziò il mio calvario nei rapporti con gli
operatori che fecero di me , o meglio del mio corpo, la cavia da
loro preferita, oggetto di esami strumentali cruenti, di sperimentazioni
di metodologie cliniche antiquate, nonché oggetto delle loro
visite continue per studiare da vicino il caso "misterioso".
Era proprio nei momenti di maggiore sofferenza fisica ed interiore
che si ripetevano le mie uscite dal corpo
.
All'epoca, ero il più giovane caso di trombosi ,rimasto senza
spiegazione, in quanto ad accertamento delle cause che l'avevano
determinato.
Per dieci anni ho convissuto con la paura di un possibile secondo
ictus, non essendo stata accertata la cause o le cause, per quanti
esami sofisticati continuassero a fare su di me. Praticamente non
ho vissuto mai pienamente la mia vita alternando stati depressivi
a tentativi di suicidio per lo sfinimento che mi procuravano i tentativi
di stabilire relazioni umane, fino a quando non ho incontrato sulla
mia strada delle persone meravigliose , primi portatori di messaggi
di luce e divulgatori di una concezione diversa della vita e dei
rapporti. Iniziò il viaggio nella dimensione olistica, fondata
sul rispetto della persona percepita nella sua interezza e cominciai
a capire e a ricercare con lo studio della medicina orientale le
cause che avevano determinato il mio ictus. Solo attraverso la conoscenza
di sé stessi, si ottiene la consapevolezza dei nostri comportamenti
dannosi per la nostra salute e per la nostra vita. Solo con il coraggio
e la forza di volontà si attiva il processo di trasformazione
che si chiama "guarigione".
Ricordo ancora con terrore,le visite di studio fatte con il corteo
degli studenti al seguito, le dimostrazioni pratiche a base di forti
pizzicotti che mi facevano dare al braccio destro immobile,livido
e sempre dolente per mancanza di fisioterapia. Era allora malata
l'unica fisioterapista regolarmente assunta per un 'intero reparto
che tra maschi e donne ricoverate in Neurologia ,tutti bisognosi
di trattamenti, ammontavano a una quarantina di persone. I medici,
gli aiuti e gli assistenti provarono con tutti i loro "poveri"
mezzi a farmi parlare. Uno di loro era convinto che prima o poi
parlassi per effetto della sua tenace terapia di pizzicotti che
avevano l'unico effetto di aggiungere altri lividi a quelli prodotti
dalle flebo, vere e proprie bombe atomiche di farmaci tossici a
base di cortisone, costantemente in vena, finanche nei piedi, notte
e giorno per 21 giorni di semicoscienza prodotti dall'ingresso in
coma vigile, più dei gemiti di dolore paragonabili più
simili a urla animalesche che a vere parole non riuscì a
far emettere dalla mia bocca. Un altro si metteva a piedi del mio
letto e mi invitava ,tra i risolini degli studenti, a ripetere il
verso della mucca facendomi continuamente questo verso che è
rimasto impresso nella mente come un marchio a fuoco muuu
.muuuu
muuuu
, poi registrò il fallimento del suo tentativo e passò
alla parola più gentile mamma dicendomi :" è
facile, ripeta con me, maaaammmma, deve sforzarsi di parlare
".
Anche se avessi potuto parlare, avrei preferito morire che entrare
in relazione con un medico che non aveva il benché minimo
rispetto della sofferenza.
Dopo i suoi pochi tentativi andati a vuoto ,sorridendo compiaciuto
davanti ai suoi studenti, si allontanava,mentre il mio vomito verde
usciva dalle mie viscere e il mal di testa aumentava dopo ogni loro
visita e insieme al malessere fisico cresceva la mia disperazione.
Mi sentivo oggetto da fiera, fenomeno da baraccone e ricordai le
scene del film "L'uomo elefante" ,identificandomi in pieno
con il protagonista.
Il tempo non passava mai, soprattutto la notte, che trascorrevo
insonne a contemplare il livello delle flebo, regolate apposta goccia
dopo goccia perché finissero all'ora del cambio di turno
degli infermieri prezzolati, che la povera mamma mia alimentava,
su gentile loro richiesta , a tonnellate di salsiccie e friarelli,
pur di ottenere il permesso di restarmi vicina, dormendo a tratti,
su una scomoda sedia per tutte le 45 notti
..una notte cadde
dalla sedia, si fece male, io non potevo parlare né suonare
il campanello perché avevo il braccio sinistro con la flebo
in vena, e fu soccorsa da una paziente nello stanzone della morte
a dieci letti. Ogni persona che operavano, raramente superava l'intervento
e c'era un ricambio continuo di persone gravemente malate, ma l'angoscia
della morte produceva anche una grandissima solidarietà umana
cementata dalla sofferenza e dal dover subire l'arroganza e la stupidità
di comportamento della stragrande maggioranza del personale medico
e paramedico.
I miei occhi erano il solo mezzo di comunicazione di cui disponessi.
Avevo dimenticato ogni codice di espressione gestuale. Parenti e
amici erano costantemente impegnati a studiare le strategie per
entrare in comunicazione con me e in questa ricerca pazzesca non
erano supportati da nessun esperto di afasia.Mi sottoponevano ad
estenuanti interrogatori per arrivare a capire di che avessi bisogno.
Carlo aveva elaborato una sua personale strategia consistente nel
procedere per capitoli generali ,partendo dalle categorie fondamentali
di domande: Hai fame? Hai sete? Hai dolore da qualche parte? Vuoi
qualcuno? Vuoi qualcosa? A queste domande ero in grado di dare risposte
affermative o negative solo movendo la testa. Da là iniziava
il lungo viaggio articolato in sottocapitoli e paragrafi ,molto
estenuante per tutti soprattutto in relazione alla domanda vuoi
qualcosa?
Il risultato era la mia stanchezza enorme, la fatica nel seguire
un itinerario razionale, in me proprio quello fortemente compromesso,
per cui mi scoppiava il mal di testa, l'angoscia ed esplodevo in
crisi di rabbia e di pianto ogni volta che dovevo subire questo
terzo grado.
Gli altri non erano pronti ed allenati alla relazione non verbale
del mio sguardo. Con quello indicavo la direzione, le persone, l'oggetto
astratto come quello pratico.
Ricordo le ore interminabili impiegate per riuscire a far capire
a Carlo che c'erano i panni lavati e pronti da stendere nella lavatrice
che avevo timore fossero ammuffiti per la disattenzione per questo
genere di cose
con gli occhi indicavo il crocefisso, unico
simbolo presente nella stanza perché arrivassero a capire
che dovevano chiedere alla suora , per giunta assente nell'orario
delle visite, istruzioni ricevute dallo specialista per gli esercizi
che i parenti dovevano praticare al mio braccio paretico, rigido
come morto
.Non riuscii a farmi capire, credevano che avessi
bisogno di un sacerdote, che fossi diventata mistica, che volessi
andare in chiesa
se non era per l'intervento provvidenziale
di una paziente, presente al momento della conversazione tra il
medico e la suora, che spiegò ai miei parenti l'importanza
della terapia e il momento in cui potevano parlare con la suora,
anche quel minimo di riabilitazione improvvisata del mio braccio,
a carico di familiari e di amici disponibili, non ci sarebbe stata
..
Quando le mie condizioni migliorarono passai alla comunicazione
scritta
usavo le lettere dell'alfabeto magnetiche e con quelle
componevo sulla apposita lavagna messaggi sgrammaticati ma almeno
comprensibili perché leggibili. Cominciai anche a camminare
per la stanza, poi per i corridoi, quella era l'unica fisioterapia
possibile e disponibile in un reparto allo sbando.
Ricordo che incedevo traballando sul piede destro incerto, sostenendomi
ogni tanto al letto, al muro, alla parete
.camminando sviluppai
l'attenzione al microcosmo dell'ospedale e anche nella mia condizione
di mutismo, nel silenzio osservavo, registravo e denunciavo al mondo
esterno, quello che veniva in visita, tutti gli inconvenienti dell'assistenza
, vigilavo sulla corretta applicazione delle terapie importanti
delle altre pazienti ed avevo una lista nera sul comportamento eticamente
scorretto di infermieri, caposala e medici nei confronti delle malate.
Scansai per miracolo l'intervento di bypasse, fatto solo a scopo
di accrescere di un numero la statistica, grazie alla costante e
la tenace pressione esercitata da Carlo, (in futuro sarebbe diventato
mio marito) sul professore che praticava questo tipo di intervento
. Sull'utilità del bypass il mondo medico era diviso e questo
influiva non poco sui miei parenti disorientati sulle scelte da
prendere sulla mia vita. Io non ero minimamente presa in considerazione.
Nessuno mi interpellava. Era la mia vita in gioco e gli altri decidevano
per me. Le pressioni esercitate dal mondo universitario mobilitato
per scongiurare l'intervento unitamente alla tenacia di Carlo, convinsero
il primario a ripetere l'angiografia carotidea che rivelò
lo sblocco miracoloso dell'arteria che si apprestavano a bypassare.
Il giorno prima dell'intervento poi saltato, il solito corteo di
aiuto primario, di assistenti vennero a vedere le mie condizioni
e di fronte a me, spiegavano agli studenti con dovizia di particolari
il tipo di intervento, i suoi rischi e le probabili conseguenze
. La prospettiva di finire muta e su una sedia a rotelle i miei
giorni era alta . Ma davvero osavano parlavano di me ,in mia presenza,
in questo modo? pensai atterrita ,poi capii che questo era il comportamento
che spettava alla mia persona ,da essere umano che soffre ridotta
alla condizione di un vegetale. Quello fu l'ultimo colpo diretto
al cuore. Per tutta la notte non dormii, non feci che piangere sulla
foto di mio figlio Ivan. Mamma solo capì il mio dramma interiore
e predispose il suo piano d'azione: dopo 35 giorni di degenza, qualche
settimana prima di essere dimessa,era comparsa una giovane logopedista
che riuscì, nelle rare volte che la incontrai,a farmi dire
la parola che più mi stava a cuore: il nome di mio figlio
Ivan che non vedevo dal giorno del mio ictus. Riuscii, dopo molta
fatica e lunga preparazione a dire roboticamente Ifan. Prima dell'intervento,
pur di farmi vedere Ivan, inscenammo una finzione, mi fasciarono
il braccio destro , gli dissero che in seguito alla caduta nel bagno
mi ero procurata una lesione alla bocca ,avevo i punti e non potevo
parlare molto. Nonostante queste pietose bugie che non lo convinsero
affatto e ancora meno quella penosa recita, la gioia di rivederlo
per la prima volta dall'ictus, fu tale che non riuscii a pronunciare
il suo nome solo dopo che se fu andato. Stemmo abbracciati tutto
il tempo. Non c'era bisogno di parole: era amore puro.
Una volta dimessa, tornai a casa, in attesa di partire per Milano,
per essere sottoposta ai tests della comprensione, premessa indispensabile
per l'impostazione di un programma di rieducazione del linguaggio
proposto da quello che allora era il Centro Afasia più innovativo
come metodologia, venne a rieducarmi a casa di mia madre per circa
un mese , una giovane logopedista allieva della scuola di foniatria.
Nonostante la sua buona volontà e la sua tenacia, le leggevo
negli occhi tutta la paura nel dover affrontare una situazione al
di sopra dei suoi mezzi. Non aveva nessuna esperienza con pazienti
afasici e si rendeva conto, con me che capivo tutto, dell'inadeguatezza
delle sue conoscenze, avvertiva il suo limite e percepiva chiaramente
tutto il mio disagio , il mio disinteresse, l'inutile sforzo nel
farmi ripetere la parola pa-pe-ra.
Intanto, ero diventata velocissima nella comunicazione con la lavagna
e le lettere magnetiche e utilizzando con lei quello strumento fui
in grado di correggere gli errori di ortografia e stabilire un minimo
di contatto con la logopedista alla quale raccontavo della mia mole
di problemi, da quelli pratici a quelli emotivi. L'instaurarsi della
relazione umana non era però sufficiente a farmi progredire
tecnicamente.
Pina mi confortava però quando ero presa dalla disperazione,
mi teneva la mano e mi accarezzava quando piangevo e volevo arrendermi,
e capì quello che doveva fare solo osservando l'ambiente
familiare in cui vivevo e le sue perverse dinamiche. Ero sposata
ma separata da pochi mesi, con un bimbo piccolo di tre anni, ospiti
entrambi della piccola casa materna dove ero costretta a stare perché
non parlavo affatto ed ero totalmente inabile col braccio destro,
mai trattato in ospedale. Il mio lavoro universitario all'epoca,
era molto precario e pochissimo retribuito, per cui risultavo "clandestinamente
assente dal lavoro", coperta dai colleghi , avevo fortissime
spese per la fisioterapia e logopedia a domicilio, la mia famiglia
non era economicamente in grado di reggere per molto tempo. Infine
problemi enormi con il bambino spaventato dalla situazione che voleva
la sua casa, i suoi giochi e la sua tranquillità e invece
si beccava le sgridate e l'ansia dei suoi nonni, affaticati dalla
mole di un superlavoro a cui non erano preparati. Pina capì
che doveva assolutamente colmare le lacune della sua preparazione,
se voleva stabilire il contatto giusto con me; decise con grande
coraggio, di partire anche lei per Milano dove iniziò la
sua formazione, diventando pochi anni dopo il primo punto di riferimento
"qualificato" per il sud. Ironia della sorte: lei che
aveva la giusta preparazione, la motivazione, l'esperienza, la capacità
di entrare in contatto umano oltre che tecnico con la persona afasica,
è rimasta sempre fuori dai circuiti di assunzione ospedalieri
e dei centri di riabilitazione. Tuttora lavora privatamente e poco
con gli afasici adulti , molto con i bambini. Questo suo coraggio
l'ha pagato in prima persona, restando anche lei ai margini di quel
mondo dell'afasia che tanto l'affascinava, di quell'universo di
afasici al quale sarebbe stata molto utile.
Il primo approccio con la responsabile dottoressa Basso del Centro
Afasia di Milano fu traumatico. Appena mi vide comunicare col mondo
a velocità supersonica, digitando le lettere dell'alfabeto
su un foglietto di carta che tenevo sempre con me, pronto all'uso,
decise che non avevo più bisogno e me lo stracciò,
dicendomi che ero là ,lontano da casa, per imparare a parlare
. Certamente era vero, ma in quel momento la consapevolezza di avere
uno strumento in meno, mi fece sentire persa e scettica sulla decisione
che dovevo prendere in pochi giorni se ritornare a Milano e restare
per la rieducazione intensiva del linguaggio.
Come potevo sostenere verbalmente le conversazioni che mi interessavano,
non riuscendo neppure a dire una parola di senso compiuto,che fosse
comprensibile? Il pericolo sottostante all'uso dell'alfabeto muto
era il mio impigrimento e la demotivazione nella terapia.
Ma il bisogno di comunicare, almeno con la mia famiglia, dovendo
quanto prima tornare al mio lavoro universitario, era talmente importante
da farmi decidere il trasferimento a Milano, dove restai per la
mia rieducazione circa 9 mesi, soffrendo nuovamente l'abbandono
forzato degli affetti più cari.
Iniziò un'ennesimo calvario consistente nel vivere costantemente
in una gara col tempo, nella ossessiva fretta imposta dai tempi
veloci della rieducazione intensiva oltre che dalle mie limitatissime
risorse economiche, dato che vivevo in pensione con mamma o con
Susi, amica preziosa,una mia ex-studentessa dell'Università,
ricordo che mangiavamo quando potevamo, e che ci sentivamo addosso
sempre la tensione della responsabilità reciproca, la mia
di impegnarmi al massimo, la loro nell'assistermi e sostenermi al
massimo grado, questa sensazione incombente di non poter mollare
mai, di dover fare tutto il massimo possibile nel minor tempo possibile.
E tutti i miei familiari si interrogano (e mi criticano) ancora
oggi sul perché della mia ansia, sul mio fare le cose subito,
sul mio andare in tilt quando sono costretta a ricorrere agli accertamenti
medici e mi vogliono curare l'esaurimento nervoso e calmare a tutti
i costi, spegnere in me per forza quella rabbia enorme che provo,
sempre di più, nei confronti di quella parte dell'universo
medico-sanitario negligente e non preparato umanamente, rabbia per
lo stato e per le sue istituzioni sempre latitanti e per le sue
politiche miopi , perpretate sempre a danno delle classi meno abbienti,
degli emarginati, degli extra-comunitari, dei malati , dei vecchi,
dei bambini innocenti che muoiono mentre stanno a scuola, per la
speculazione edilizia che ha sacrificato al facile guadagno la sicurezza
e la prevenzione
. tutti trattati da pezzenti.
Nel mare di rabbia e di sofferenza deglutita a fatica, a Milano
incontrai una persona meravigliosa che, non a caso, ha cambiato
lavoro molti anni dopo il nostro incontro. Si chiama Luisella, non
ricordo più il cognome, forse non l'ho mai saputo. Quando
,a distanza di 20 anni, l'ho cercata ,non mi hanno saputo dire molto
di lei. Scomparsa nel nulla; perfino le sue colleghe logopediste
ne hanno perso le tracce. Luisella aveva una particolare predisposizione
al contatto umano, intuito e grande compassione; in pochi minuti
stabiliva con i suoi pazienti afasici un'empatia che aveva del magico.
2- Il rapporto con Luisella riguarda il tema della congruenza dell'intervento
rieducativo. L'ipertesto solleva il problema del generale appiattimento
della riabilitazione tecnica, in senso stretto, che produce spesso
nelle persone affette da afasia una forte compressione e repressione
del livello umano ed emozionale nella relazione con i riabilitatori
con conseguente crollo di motivazione, perdita d'interesse, scarsa
collaborazione o rifiuto a proseguire nel loro iter riabilitativo.
La mia esperienza, per quanto lontana nel tempo, non è molto
diversa dal vissuto riabilitativo degli afasici incontrati recentemente.
Il tempo passa, le metodologie cambiano, si adeguano e perfezionano,
ma la capacità di entrare in sintonia con una persona o la
si possiede già interiormente o non la si impara dai libri
e dall'utilizzo delle tecniche.
Quando c'è quella dote, l'umanità, e la si coltiva
nel proprio lavoro, si è in possesso di tutte le chiavi di
accesso che fanno fruttare al massimo la preparazione e le tecniche
funzionano, perfino le metodologie superate, se vengono utilizzate
nel modo giusto e applicate ai diversi tipi di afasici.
Luisella percepiva la mia rabbia dalla lettura del mio viso, la
mia sofferenza e la mia impotenza dal tono della voce che tradiva
il pianto che mi si strozzava in gola e induceva in me con poche
parole o semplici gesti di contatto umano il pianto liberatorio
prima di procedere con il suo lavoro. Capiva l'importanza per una
persona afasica di poter liberare almeno le sue emozioni, per lo
più ,fatte di paure represse ed inespresse. Usava la mia
rabbia per individuare le parole chiave che le davano l'accesso
ai temi importanti nella mia vita per lavorare con me nelle sedute
quotidiane: il figlio piccolo e lontano, la nostalgia di casa, l'università,
il lavoro di ricerca e di insegnamento al quale non sapevo se sarei
tornata , né quando,né come e con quali difficoltà,
la paura di perdere il lavoro, la separazione legale, la famiglia
spezzata, il concorso universitario per entrare in ruolo, erano
tutti temi oggetto delle nostre sedute di lavoro. La mia rabbia
si trasformava in grinta, in coraggio, in voglia di farcela, nonostante
l'ictus, la paralisi al braccio destro, gli incespicamenti e gli
errori di pronuncia che mi rendevano simile ad un robot parlante
col suo ritmo lento,monotono e scandito. Ma la vera conquista per
me era riuscire a parlare. Invece nei momenti in cui ero assente,
la mia mente vagava, la mia attenzione non c'era, ero chiusa anche
nella postura fisica e poco disponibile alla concentrazione forzata,
Luisella mi rispettava ed aveva sempre l'intuizione giusta, mi mandava
saggiamente a passeggiare all'aria aperta nei parchi o mi consigliava,
finanze permettendo, di andare a vedere un film divertente, tanto
sapevamo bene io e lei che in quelle condizioni la terapia sarebbe
stata per entrambe inutile perdita di tempo e mi avrebbe aggiunto
solo sensi di colpa e frustrazione.
Il giorno dopo ero di ottimo umore e recuperavo velocemente quel
tempo "perso" a riflettere, a passeggiare, o semplicemente
utilizzato a spezzare il circuito perverso di pensieri ossessivi-paura-ansia-chiusura
emotiva-altri pensieri negativi.
Era una relazione costruita sul rispetto del mio tempo interiore.
Nel fare leva sulle mie emozioni, sulle informazioni che aveva sul
mio vissuto soggettivo, mi faceva esprimere verbalmente, lavorando
con me al miglioramento del linguaggio e innescando velocemente
il processo di apprendimento e di avvio alla comunicazione basata
sul reciproco scambio umano.
Luisella non restava indifferente alla sofferenza dei suoi pazienti,
gioiva e piangeva con loro, partecipava alla loro vita come un familiare
o un amico figure centrali del suo lavoro, tutti attori protagonisti
del mondo dell'afasia, tanti essenziali ed importanti anelli di
congiunzione.
Forse, per questo motivo, a lungo andare, Luisella che non aveva
coltivato il distacco emotivo con la sofferenza altrui, non resse
più e cambiò lavoro. Per gli afasici è stata
una grave perdita.
Anche nel campo della fisioterapia ebbi ,sempre a Milano, la fortuna
di incontrare intanto una fisiatra , la Morosini fisicamente presente
quotidianamente in ospedale che impostava, rivedeva e controllava
il lavoro dei fisioterapisti con i degenti e con le persone ictate
che venivano trattate in day-hospital. Fui affidata alle cure di
una giovane allieva del Prof. Perfetti , che mi fece entrare in
un altro mondo di relazione fondata sul rilassamento e la respirazione
durante il contatto corporeo. Ricevevo attenzione e considerazione
in quanto persona. Era perfettamente naturale nel loro ambiente
di lavoro, per me costituiva l'ingresso in una dimensione bellissima
e sconosciuta.
Non ero più un vegetale, una cavia da esperimenti, un numero
di letto ma una persona trattata con profondo rispetto verso la
quale avere il massimo di attenzione e di disponibilità.
Poco a poco entrai in quel mondo di sottile empatia e rilassandomi,
scoprii di avere maggiore concentrazione , di riuscire a muovere
molto meglio la mano destra, soprattutto nella precisione dei movimenti
fini, (in questo consisteva il metodo Perfetti) come prendere la
penna per scrivere o gli aghi e reimparare a fare i primi movimenti
per cucire. Ero sempre più affascinata da questo mondo e
dalla mia faciltà accresciuta dalla respirazione e dal rilassamento
nel parlare, di entrare in relazione verbale con la fisioterapista
e descrivere le sensazioni corporee, muscolari e nervose durante
i trattamenti. Imparai a chiudere gli occhi e a usare anche la mente
per sentire e riprodurre il movimento giusto.
La fisioterapista di cui non ricordo più il nome, mi spronava
con sapiente gradualità e mi ripeteva continuamente che dovevo
sviluppare il massimo grado di attenzione, di concentrazione e di
consapevolezza nel movimento che doveva essere il più perfetto
possibile o il più possibile vicino alla perfezione, in modo
da poter trasferire alle cellule vicarie del mio cervello perché
imparassero gli stessi impulsi, gli stessi automatismi che erano
precedentemente in possesso delle cellule morte. Quando si ricevono
spiegazioni sull'importanza delle cose e se ne conoscono le ragioni
del perché è tanto importante, si determina nel paziente
un coinvolgimento totale , una consapevolezza che lo porta a sviluppare
motivazione ed impegno nel corso della riabilitazione.
Mi sentivo felice ,ero gratificata nel poter fare ,anche se con
estrema lentezza, le piccole cose del quotidiano. Usavo il tempo
libero del pomeriggio e tutto quello del fine settimana, ad esercitarmi.
Questo tipo di relazione non l'ho più trovato se non dieci
anni dopo nel mondo olistico.
La tragedia per me fu il ritorno a Napoli dove era molto importante
per recuperare la funzionalità della mano, che mantenessi
i livelli quasi ottimali del lavoro fatto. Dovevo continuare nell'allenamento
aiutata dal fisioterapista e controllata dal fisiatra. Quanto alla
logopedia il cui trattamento intensivo era finito, avendo recuperato
il massimo , era sufficiente l'esercizio continuo individuale nel
parlare, che avrebbe migliorato nel tempo automaticamente la velocità,
la precisione e la ricchezza del mio linguaggio.
Iniziai per due anni, la mia peregrinazione in tutti gli ospedali
e in tutti i centri privati di riabilitazione, passando vari mesi
in ognuno ,nel tentativo disperato che qualcuno fosse a conoscenza
di quel metodo, inutile dire dal sud ignorato totalmente.
La fatica era enorme aggiunta allo stress derivante dal dover raggiungere
luoghi molto lontani da casa, una incredibile quantità di
tempo utilizzata per gli spostamenti con i mezzi pubblici, tempi
lunghi di attesa del mio turno, la depressione derivante dal ritornare
ad essere nuovamente solo "un numero", la superficialità
degli operatori stanchi e demotivati che trattavano la mia mano
o il mio braccio come se fosse trattato di un oggetto non appartenente
a una persona, parlando tra di loro delle loro problematiche di
lavoro o familiari,senza guardarmi, senza dirmi neppure buongiorno,
come va?,come se io non fossi là ,o non fossi più
capace di intendere, di comprendere, di rispondere
.ero ritornata
nuovamente allo stato del vegetale che non merita né considerazione,
né rispetto. In più dovevo allenarmi da sola a casa,
cosa oltremodo impossibile tra i tempi assurdi sprecati negli spostamenti,
la fatica enorme di gestire una casa, un figlio in età scolare,
il tempo da dedicare al mio lavoro universitario, cento volte più
difficile di prima, con scarsi aiuti in casa e sull'ambiente di
lavoro, mi fecero quasi impazzire. Mi accorgevo che sempre più
velocemente ed inesorabilmente stavo ricadendo nella stessa spirale
infernale del dovere, del superlavoro, dell'ansia per dover gestire
molteplici situazioni contemporaneamente, fattori predisponesti
l'ictus, con la consapevolezza che non ero più come prima
dell'ictus e che nessun'altro avrebbe potuto aiutarmi ad uscirne
fuori.
Tentai ancora un po' di mesi di rieducare la mano destra ma mi beccai
un forte esaurimento nervoso. La svolta venne da un colloquio con
il fisiatra del Centro Traumatologico Ortopedico, dove tre volte
a settimana regolarmente andavo, sprecando due ore e mezzo per gli
spostamenti, essendo precisamente situato dalla parte opposta a
casa mia, quando mi disse che non c'era bisogno di applicare nessun
metodo particolare per muovere la mano. Timidamente risposi :"
ma mi accorgo di regredire ogni giorno di più
ho completamente
perso l'opposizione delle dita della mano destra che sta ritornando
come dopo l'ictus, sempre più in contrazione e con una forte
spasticità dovuta al tipo di esercizio che sono costretta
a fare". Subito mi stoppò bruscamente e mi disse:"Muova
la mano come può, anche storta, come va va, l'importante
è che la muova ,che la usi". Lo guardai allibita
.le
mie illusioni erano crollate
era una lotta persa in partenza
sensibilizzare, aprire la mente, dare informazioni, aggiornare su
nuove metodologie
.il metodo Perfetti forse sarebbe arrivato
al sud tra altri vent'anni
e intanto nell'attesa che cosa avrei
fatto?
Ho realizzato che mi dovevo arrendere e ritornare alla vita, comunque
fosse, con tutte le mie limitazioni e mutilazioni interiori. Ho
scelto la vita
.e da quel momento ho ascoltato il consiglio
del fisiatra napoletano e ho deciso di non mettere mai più
piede in nessuna struttura riabilitativa. Se dovevo muovermi, l'avrei
fatto da sola. Mi sarei impegnata ad usare la mano sinistra per
sopperire alla mancanza di aiuto e per compensare le deficienze
della destra che non ho mai messo da parte, pur avendo forti problemi
di accettazione per la sua ridottissima efficienza, ho imparato
col tempo ad accettarla, ad amarla moltissimo soprattutto quando
ho scoperto che è particolarmente dotata di intuizione e
opera alla grande nei massaggi terapeutici, nello shiatsu, nel reiki
. E' una mano che sa trasmettere calore, amore, pressione, entrare
profondamente, sedare, stimolare punti anche piccoli del corpo con
una precisione che sembra dotata di un radar, una mano che ha doti
particolari. Sono diventata in breve tempo abilissima con la mano
sinistra in tutto ,dai lavori domestici a quelli del giardinaggio,
tutti i lavori pesanti che farebbero entrare subito in spasticità
la destra . Con lei faccio cose più gentili e delicate come
le terapie. E dire che prima dell'ictus ero destrimane in tutto.
In 24 anni , ho imparato ed inventato molteplici strategie per evitare
di farmi male , per guadagnare tempo, per superare il problema del
taglio tuttora impeditivi per me. Le mie strategie di compensazione
o di sopravvivenza funzionano così bene, soprattutto in cucina
dove sono molto creativa, che le hanno fatte proprie anche i miei
familiari e le persone che hanno rapporti frequenti con me.
Nel processo complesso della riabilitazione, in particolar modo
dell'afasia, posso affermare con certezza, che ogni luogo, anche
il più squallido, può essere un luogo di ascolto di
sé e dell'altro. Non occorre che abbia dei requisiti straordinari
o perfetti perché sia coltivata una relazione non verbale
fondata sull'apertura mentale e di cuore, sulla pazienza e sull'attitudine
all'ascolto dell'altro che ,anche se non parla, esprime ugualmente
sé stesso con la sua postura, con i suoi movimenti, con le
mutevoli espressioni del suo viso, con i suoi gesti, con i suoi
sguardi
.il segreto sta nell'essere pronti a recepire , con
attenta osservazione,l'importanza dei messaggi comunicati, anche
e soprattutto con i " mezzi alternativi"cui ricorrono
spesso gli afasici, a partire dai quali costruire insieme e non
separatamente una relazione profonda che segni l'avvio della terapia
realmente motivata fondata sugli interessi delle persone, che le
veda coinvolte e partecipi al processo di riabilitazione.
Iolanda un vulcano di creatività, una logopedista che lavora
in un centro di riabilitazione di Benevento, mi raccontava,pochi
mesi fa, delle sue enormi difficoltà nella rieducazione del
linguaggio un paziente che le era stato assegnato. Era in crisi
perché non riusciva a trovare la strada per riabilitare nel
linguaggio un contadino afasico ed analfabeta. In questo caso ,le
tecniche, le metodologie basate sulla scrittura e la lettura non
le erano di aiuto e si disperava per non riuscire ad aiutare quest'uomo
che con molta diligenza andava quotidianamente da lei in attesa
che si compisse il miracolo. Iolanda ,sensibile e tenace, studiava
il mezzo alternativo per instaurare il giusto rapporto con il suo
paziente con il quale aveva dei lunghi e silenziosi scambi di comunicazione
gestuale. Scoprì,per caso, la chiave della possibile rieducazione.
Un giorno sorprese il suo paziente a cantare, e quando cantano gli
afasici non hanno quasi nessuna difficoltà nel linguaggio.
Da allora ha scatenato la sua creatività ,impostando l'intero
lavoro sull'apprendimento o il riappropriamento delle parole delle
canzoni, sfruttando la buona memoria del contadino che si diverte
moltissimo.
3- attori
Nell'invenzione di strategie che favoriscano l'instaurarsi di una
relazione umana rientra anche la proposta del laboratorio teatrale,
articolato in gruppi di lavoro composti da afasici, familiari, amici
e attori professionisti, sensibili alle problematiche dell'afasia.
La riflessione al riguardo è che nel vivere l'esperienza
,è importante che sia garantito il passaggio fluido tra i
vari ruoli per superare la limitazione implicita nel concetto stesso
del ruolo ed evitare il pericolo della sua fissità,consistente
nello sposare un solo ruolo, un determinato personaggio,il che significherebbe
vivere solo in parte e solo una parte del gioco complesso delle
relazioni. Cambiare spesso panni e cambiare pelle, identificarsi
ora in un ruolo ora in un altro, sotto forma di gioco, facilita
il processo di comprensione delle persone e avvia a un diverso tipo
di relazione, più consapevole e meno soggetta al giudizio.
Concedere a tutti i protagonisti del gruppo, tutti attori veri ed
interpreti di sé stessi, di poter essere o diventare o rappresentare
diversi ruoli, di liberare tutta la gamma di emozioni represse ed
inespresse, passando dall'uno all'altro in forma di scambio giocoso,
facilita la relazione umana, perché in ogni tipo di relazione
fondata sull'eguaglianza e sul rispetto, avviene uno scambio naturale,
c'è un dare e un prendere reciproco, un comunicare scambievole
.
E' nel modo di porsi in relazione, nell'azione di stimolo continuo
e reciproco volto alla liberazione delle energie inespresse, del
potenziale creativo che giace in ogni persona, nell'incoraggiarsi
e sostenersi a vicenda, avviene il processo di guarigione
.
La storia del rapporto con Crescenzo (che d'ora in poi chiamerò
C.) testimonia questo percorso.
C. è un settantenne e arzillo contadino avellinese dal viso
rotondo, fronte alta e mascella forte, le sue labbra sono sottili
e strette, ha uno sguardo vivo, socievole , acuto e penetrante dietro
i suoi occhiali da presbite, quando sorride gli si illumina il viso,
anche se sorride spesso a labbra strette perché gli mancano
molti denti, il suo colorito tende sempre al rosso, è di
statura media, corporatura robusta, la sua voce è urlata.
Taciturno e riservato,si scatena quando gli si dà a parlare.
Patriarca della famiglia allargata che lo adora e lo rispetta per
la saggezza e per la sua generosità. Non ama stare fermo,
se non ha qualcosa da fare, se la inventa. E' un artista dalla fervida
creatività, canta e suona l'organetto, lavora il ferro e
fa delle sculture. Amante dei viaggi in tutti i luoghi di importanza
storica o religiosa. Curioso delle altre culture,in ogni viaggio
che fa colleziona videocassette di cui è gelosissimo . Innamorato
profondamente della campagna, degli animali e dei fiori. Esperto
conoscitore di erbe medicinali con le quali si diletta a preparare
decotti ed infusi. Lavoratore instancabile anche di notte, nella
stagione del raccolto del fieno, ha un carattere serio e responsabile,
non sopporta la falsità e detesta le bugie.
C.si esprime in massime, cariche di saggezza:
dice spesso che: "la qualità delle persone si riconosce
dalla presenza dei fiori e di un animale in casa e afferma che bisogna
diffidare di quanti non amano gli animali e non hanno sul balcone,
sulla finestra o in casa neppure una pianta o un fiore". Non
mangia la carne dei polli e dei conigli che pure sono allevati dalla
sua famiglia, perché con loro parla. Ama tutti i colori .
Ha molta faciltà nel vivere ed esprimere tutte le sue emozioni:
si commuove spesso e piange; urla quando si arrabbia, molto spesso
con la moglie con cui ha un rapporto conflittuale di amore-odio
ma dalla quale dipende in molte cose; generalmente canta e sorride,
gli piace stare in compagnia. Adora le sue tre nipotine che abitano
con lui, ma confessa di avere una ha preferenza per la seconda con
la quale ha un'intesa particolare.
C. conosciuto nei due anni vissuti in campagna, è stato il
mio vicino di casa. In comune avevamo uno spazio molto grande, l'aia,
adibita a parcheggio di auto e di trattori, ma che all'occorrenza
si trasformava in un luogo semplice dove fare feste danzanti e cantanti.
Una persona così vitale è diventata, all'improvviso,
vittima della malasanità . Portato all'ospedale di Benevento
il 25 marzo del 2000 in seguito a un malore improvviso e a una caduta
a terra dovuta a per perdita di forze e giramenti di testa provocati
dall'ipertensione di cui soffriva spesso, durante il lavoro duro
in campagna, venne ricoverato e tenuto sotto osservazione. C. entrò
in ospedale camminando da solo e parlando ancora bene. Dopo qualche
ora dal suo ricovero, in assenza di terapia, C. peggiorò
sempre più, la moglie che gli è stata sempre vicina
si accorse che qualcosa non andava e chiese aiuto. C. entrò
in coma e divenne afasico. Gli venne solo allora praticata una massiccia
terapia con le flebo, in seguito alle quali riprese a muovere malissimo
la gamba destra. Dopo due giorni uscì dal coma, ricominciò
a parlare ,ma farfugliando e, con valori altissimi di diabete, di
cui non sapeva di soffrire in precedenza, con il braccio destro
paretico, dicendo parole incomprensibili, in preda ancora ad un
marcato stato confusionale, venne dimesso dopo un ricovero di appena
5 giorni con la seguente generica diagnosi : Vasculopatia cerebrale
a focolai multipli in paziente diabetico. Il paziente è Migliorato.
Del coma, dell'ictus, dell'afasia non si parlava affatto.
Gli venne prescritta una terapia farmacologia soltanto per il diabete
e la pressione e consigliato di ritornare all'ospedale per un controllo
tra un mese e mezzo.
Rimandato a casa,come sempre accade con le persone "anziane",
venne abbandonato al suo destino. D'accordo con il medico di famiglia
che lo seguiva, in attesa della T.A.C. di controllo tra un mese,
mi offrii come volontaria nella riabilitazione fisica per aiutare
e sostenere C. nella fase più complicata della sua degenza
in casa, aggravata dalla lontananza dai centri di riabilitazione,
dall'impossibilità di essere accompagnato dal figlio che
non poteva guidare per attacco acuto di ernia del disco e ,per giunta,
doveva sostituire il padre nella gestione della campagna, degli
animali e provvedere in proprio alla mancata assistenza ospedaliera.
In poche ore la stanza da letto di C. si era trasformata in un laboratorio
di analisi con apparecchi elettronici portatili di misurazione dei
valori del diabete. La catena di solidarietà umana era scattata
con la puntuale efficienza richiesta dal caso. Tutti i parenti,
nipoti comprese, hanno fatto corsi accelerati di infermiere per
assisterlo, c'era un continuo andirivieni di persone volontarie,
me compresa, dal medico che passava appena poteva, all'infermiera
professionale per le due iniezioni giornaliere, al falegname per
attrezzargli il letto al meglio possibile, all'amico di famiglia
tuttofare che si prestava per le commissioni esterne, improvvisandosi
barbiere all'occorrenza per radergli la barba, al barbiere professionale
per il taglio dei capelli, alle mille persone amiche di C. che venivano
a salutarlo ogni giorno e a tenergli compagnia all'improvviso.
Nel caos frenetico della terapia allopatica e farmacologia e circondata
da un clima di ansia e di paura per la salute precaria di C. , che
mostrava chiari segni di confusione mentale dopo l'ictus, iniziai
a praticargli due volte al giorno una terapia shiatsu, la mattina
presto prima dell'accanimento terapeutico e la sera prima che si
addormentasse. C. si rilassava molto e viveva la sua giornata con
minore tensione e la sera scivolava nel sonno .
Crescenzo era terrorizzato dalla paura della morte ed era infastidito
dall'ambiente familiare ansioso e preoccupato che gli stava intorno.
Era indispettito e poco propenso alla collaborazione alle cure mediche.
Ebbi l'idea di insegnare alla nipote undicenne che assisteva in
silenzio alle terapie, vogliosa di imparare, il massaggio circolatorio
e il trattamento alle mani e ai piedi, in modo che C. non restasse
senza terapia quando dovevo allontanarmi per qualche giorno.
Dopo averlo ricevuto su di me ed aver sperimentato la bravura di
Maria Neve, iniziammo a farglielo insieme e C. avvertiva le stesse
sensazioni di formicolio e di passaggio circolatorio dal lato sinistro
a quello destro.
Le condizioni in cui avveniva la terapia erano pessime in quanto
a silenzio, concentrazione e comodità: fatte quasi sempre
dal lato sbagliato e ,quasi sempre, con spettatori o frequenti interruzioni
dovute al passaggio dell'infermiera che doveva rispettare l'orario
sul lavoro e del medico che aveva assoluta precedenza e, anche variando
l'orario della terapia, sembravano coincidere apposta con me.
Ottenni almeno che si riducesse la presenza delle persone che facevano
da spettatori e che restasse una sola persona vogliosa di imparare,
riuscendo così ad avere una maggiore concentrazione da parte
di C. e maggiore rispetto per la sua condizione emotiva. Ma era
una lotta continua e persa in partenza: solo di quando in quando
funzionava. Troppe persone venivano a fargli visita con effetti
negativi su C. che si stancava fisicamente ed era provato emotivamente.
La famiglia di C. era iperprotettiva, lo assillava con le sue premure
e gli diceva continuamente che ora certo non avrebbe più
potuto fare la vita di prima, che doveva accettare l'idea di essere
malato e di rassegnarsi a fare il pensionato, cioè a non
fare nulla. Gli effetti psicologici su di lui erano devastanti.
I familiari temevano la sua morte e, inconsciamente, gli passavano
questa paura che C. avvertiva e aggiungeva alle sue che già
erano tante. Non era sostenuto psicologicamente da nessun'altro,
eccetto me. Né i suoi familiari si attivavano più
di tanto per garantirgli all'assistenza alla quale aveva diritto.
Paura, ignoranza, mancanza di coraggio li facevano tacere e subire
sempre. Anche se protestavano, lo facevano timidamente, rassegnandosi
a perdere già in partenza, non andavano mai oltre un certo
limite, anche quando avevano il modo e la testimonianza idonea e
la garanzia di un esito positivo per procedere all'azione legale
contro l'ospedale che l'aveva dimesso in una condizione a rischio.
Avevano paura e preferivano restare in uno stato di passiva rassegnazione.
Nonostante tutte queste condizioni sfavorevoli, nonostante le mia
ripetute brevi assenze durante le quali fui sostituita egregiamente
da Maria Neve, C. era migliorato.
Poi arrivò alla nona terapia della mattina la grande svolta
interiore. Dalla depressione cosmica, che lo rendeva facile preda
dell'angoscia e dei pensieri non positivi, con effetti immediati
di irrigidimento degli arti, dolore e ristagni nella circolazione
energetica, C. si mostrò molto interessato e iniziò
a farmi domande sul perché sentiva dolore quando gli trattavo
certi punti del corpo.Al trattamento della sera le sue condizioni
erano nettamente migliorate. C. appariva di ottimo umore, rideva
e cantava durante il trattamento, con immediata regolarizzazione
dei valori pressori e del diabete, anche per effetto della dieta
alimentare.
All'undicesimo giorno arrivò la sedia a rotelle, ottenuta
per gentile concessione di persone alle quali non serviva più,
e non per effetto della regolare richiesta fatta alla ASL locale.
C. era di ottimo umore, alzava il braccio destro per salutarmi,
apriva la mano destra, dicendo di sentirsi meglio. Si alzò
perfino in piedi. Se ne stava seduto sulla sedia per tutta la durata
della terapia, di shiatsu acrobatico, tutto contento di presentare
al mondo quella mano che prima nascondeva , la tenne a lungo appoggiata
al plesso solare, trattenuta al caldo da un cardigan di lana che
ne impediva lo scivolamento. Parlammo tutto il tempo degli articoli
della rivista" Salute Naturale" che gli avevo regalato
perché c'erano tutti gli infusi primaverili con effetti benefici
sull'attività del cervello.
Per tutto il giorno non volle andare a riposare, aspettava l'orario
della sua trasmissione preferita Sereno Variabile, che guardava
rapito, seguendo il viaggio in Thailandia con molta attenzione.
Lo seguimmo insieme, mentre gli facevo il trattamento serale e osservavo
il suo comportamento. Lo sorpresi ad osservare con particolare attenzione
gli strumenti musicali tailandesi in ferro battuto, dal suono simile
a quello prodotto dalla campane eoliche e si ricordò delle
mie appese un po' dappertutto nel giardino, nell'orto, sul terrazzino.
Alla mia richiesta di fabbricarmene una tailandese, rise divertito.
Dopo il documentario , C. era diverso. Era come appagato, come se
,se ne fosse andato in giro sulla sedia a rotelle in quel posto
lontano e cominciò a raccontarmi dei suoi viaggi, anche se
con un pizzico di nostalgia. Quando C. aveva l'opportunità
di condividere le sue esperienze, diventava un'altra persona, più
serena, scherzosa, spiritosa. Ma nella sua famiglia, non c'èra
mai tempo di ascoltarlo. Solo Enza, la sua preferita, curiosa come
il nonno, pendeva dalle sue labbra, come incantata dalla saggezza.
Nei giorni successivi , la famiglia di C. era come impazzita dall'ansia
per un nuovo rialzo pressorio verificatosi di notte e una sensazione
di leggera paresi facciale. Il medico si mostrò molto preoccupato
di un secondo piccolo attacco cerebrale e chiamò in disparte
i familiari per il consulto con il neurologo, dopo aver abbondantemente
preoccupato il suo paziente che fu colto subito da un attacco di
ansia e di panico. C. sul quale si riservava tutta l'agitazione
della famiglia, veniva bersagliato da ultimatum di improvvisa urgenza
dei controlli finora mai fatti, si agitava e lamentando grande confusione
alla testa , riuscì a zittire i suoi familiari pretendendo
da loro il silenzio. Sedata l'agitazione della famiglia, mi raccontò
di un sogno fatto quella notte . Per tirargli su il morale, gli
ho portato il primo tulipano di un bel colore rosso, sbocciato nell'aiuola
del mio giardino.
C. nei giorni successivi ,nonostante i suoi miglioramenti negli
arti che muove molto meglio, sembrava rimuginare sui controlli che
lo aspettavano. Mi confessò di avere molta paura di ritornare
all'ospedale e di temere la T.A.C. Lo tranquillizzai spiegandogli
che in che cosa consisteva l'esame, a che cosa serviva,come era
fatto l'apparecchio.
I familiari mi chiesero di continuare la terapia ogni volta che
potevo, in attesa dei tempi lunghi per la T.A.C. all'ospedale, dicendomi
che era d'accordo anche il medico di famiglia che non riusciva a
spiegarsi la ripresa eccezionale di C.,dato che i valori della pressione
e del diabete erano ancora molto ballerini, nonostante la dieta
alimentare e le cure farmacologiche.
Alla ripresa del terzo ciclo ,coinciso con la Domenica delle Palme,
nel portargli la palma, trovai C. più sereno anche perché
la mattina aveva visto la sua adorata campagna dal balcone della
stanza da letto e ,stando seduto sulla sedia a rotelle,dal balcone
impartiva ordini al figlio, guidandolo nel lavoro dei campi.
Lavorai ,ancora una volta, in posizione acrobatica con lui steso
sul divano nuovo a tre posti, regalatogli dal figlio . C.dopo aver
sollevato il braccio destro con orgoglio fino a toccarsi il naso,
che insegnai a grattarsi da solo, stimolando dei punti importanti
,spiegandogli perché doveva farlo, cominciò a preoccuparsi
delle sue vacche che si lamentavano ,dicendomi a bassa voce: "se
c'ero io, non piangevano". Abbiamo fatto un lungo discorso
sulla sensibilità degli animali e gli ho proposto, appena
fosse stato meglio, di avvicinarlo con la sedia alla stalla in modo
che potesse essere visto dagli animali e parlare alle sue vacche
, alle quali certamente C. mancava.
La terapia all'aperto funzionò talmente bene che C. ogni
mattina, nelle giornate di bel tempo, era portato dalle tre nipotine
in visita a tutti gli animali dalle mucche e vitelli fino al porcile,
lontano dalla casa per parlare ai suoi animali. Era così
contento da lasciare spesso la sedia a rotelle, alzarsi e camminare.
Il passo successivo è stato la terapia nell'uliveto in aperta
campagna, appena si era stabilizzato nel camminare.
L'esperienza lo fece come rinascere e per fargli acquistare sicurezza
gli diedi un assegno di esercizi da fare da solo all'aria aperta.
Dandogli l'assegno ,ero sicura che lo avrebbe eseguito più
volte al giorno, impegnandosi a superare creativamente le sue difficoltà
e non avrebbe pensato sempre alle sue paure.
I risultati furono immediati. C. ,oltre a divertirsi, mi comunicava
che si sentiva più rilassato e sciolto, con sensazioni di
calore diffuso in tutto il corpo. C. ormai faceva a meno anche della
sedia a rotelle.
Il giorno di Pasqua, passando a dare gli auguri a C. e alla sua
famiglia, lo trovai rannicchiato come postura fisica e chiuso in
se stesso. Era disperato perché avrebbe voluto già
essere guarito. Mi disse che non ne poteva più di stare in
casa, oppresso dal chiasso, dall'andirivieni dei suoi familiari,
dalle cure farmacologiche e dal clima iperprotettivo. Era combattuto
tra il forte desiderio di andare a Messa in chiesa e il fastidio
che sicuramente avrebbe provato dall'indagare della gente sulla
sua salute. Non accettava l'idea di farsi vedere così.
Nei giorni successivi, i familiari di C. mi dissero che piangeva
spesso e a lungo e che aveva avuto fastidio alla nuca e alla fronte.Il
trattamento confermò che C. era piombato nuovamente nella
spirale della rabbia non esplosa ed era in preda a pensieri negativi.
Nel parlare con lui, mi disse che non accettava quello che gli era
successo. Si diceva ossessionato dalla fretta di guarire e si disperava
di non poter uscire, come prima, sul trattore. C'era nel profondo
anche uno scontro caratteriale con il figlio di natura più
indolente, lento e pigro al quale le cose andavano dette e ripetute
cento volte prima che si decidesse a farle. C. era l'opposto e con
gli occhi se avesse potuto, le avrebbe già fatte. Non accettava
di dover dipendere dal figlio, si stancava di dover chiedere sempre
e di dover insistere per i lavori che in campagna sono urgenti e
non rinviabili. La rabbia per la sua condizione gli saliva e lo
faceva disperare. Gli mancavano tantissimo la campagna, gli animali,
le sue uscite sul trattore per lavoro. Lo portavano fuori sulla
sedia a rotelle , ma per lui non era la stessa cosa. Per la sua
precisione maniacale, (e nessuno meglio di me lo poteva comprendere)
niente era fatto bene e per la sua passione nel fare certi lavori,
era insostituibile. Camminare da solo,andare in bagno , mangiare,
lavarsi e vestirsi da solo, non gli bastavano. Si arrabbiava con
sé stesso perché camminava male e troppo lentamente.
Era preoccupato del fastidio alla fronte e alla nuca ed aveva paura
di stare male nuovamente.
Dal balconcino che affacciava di fronte alla casa di C., subito
dopo la terapia l'ho visto uscire e salire nell'auto insieme al
figlio per andare all'ufficio postale a riscuotere la pensione.
C. era troppo voglioso di fare, ma era ancora troppo presto, era
ancora troppo instabile nel camminare e le gambe gli cedevano all'improvviso.
Infatti, quando è ritornato a casa, si era stancato moltissimo
e si era sentito male nell'ufficio postale.
Ormai la terapia a C. era diventata più un sostegno psicologico,
molto utile in questa fase di attesa del primo controllo neurologico
all'ospedale. Il diabete era nei valori normali e le sue abitudini
alimentari e di vita sono certamente più sane rispetto a
prima dell'ictus. Come autonomia, C. era consapevole quanto me,
del suo miglioramento in meno di un mese, grazie anche al suo impegno
e alla voglia di guarire, faceva sempre più cose da solo.
Era la rabbia il vero problema. Quella rabbia che nasce dall'impotenza
di cambiare un contesto che non ci piace, nel quale viviamo male,
quella rabbia che tutti gli afasici ben conoscono e parlammo a lungo
della nostra rabbia ricordandogli che prima o poi, se non era espressa,
se non usciva fuori , se non si fosse trasformata in grinta, in
forza di volontà per superare le difficoltà del contesto
e no fosse diventata coraggio di affermare le proprie scelte, quella
stessa rabbia si sarebbe diretta contro di lui, facendolo stare
solo male, procurandogli perfino la morte che tanto C. temeva. Lo
invitai a non disperare, che dopo l'accertamento neurologico, e
dopo la TAC, poteva essere seguito nella sua rieducazione da un
ottimo centro convenzionato di Mirabella Eclano, dotato anche del
pulmino per il prelevio a domicilio dei pazienti, oltre a continuare
anche con me.
C. mi guardò incredulo, mi disse che aveva capito e si dimostrò
disposto ad accettare la prospettiva degli accertamenti dei quali
aveva terrore.
Il contesto in cui lui era costretto a vivere gli era sempre più
insopportabile, dalle interferenze di visite improvvise, allo stato
di esagitazione dei suoi familiari ,occupati nei preparativi della
prima comunione della nipote preferita, dall' orario molto variabile
dei suoi pasti e della terapia farmacologia, alla mancanza di pace
e di rispetto per la sua condizione di convalescente , bisognoso
di tranquillità, che la famiglia esibiva puntualmente, anche
se con buone intenzioni, all'esterno come fenomeno da baraccone,
in ossequio all'osservanza della formalità o della logica
dell'apparire, detestata da C. che rispettava molto invece l'essere
delle persone.
Anche per questo motivo, C. smaniava per uscire da casa e tornare
alle sue occupazioni. La prospettiva ripetutagli dal figlio con
toni perentori, di fare il malato a vita o il pensionato nullafacente
lo faceva impazzire di rabbia. In questo senso non era compreso
dai suoi familiari, che lo volevano più tranquillo ma infelice.
La vita di C. era il contatto con la natura e diceva sempre :"Toglietemi
la campagna e mi ammazzate" .
Nella terapia, mi sentivo destinata ad assumere il ruolo di mediatore
tra il benessere di C. e i bisogni della sua famiglia con la quale
C. viveva e dalla quale dipendeva, in questa fase della sua vita,
e che appare come la tipica esponente del mondo contadino , in cui
davvero sono insuperabili certe barriere mentali.
Anche per questo era necessario ,per la completa guarigione di C.
che fosse spezzata questa catena e che uscisse da casa il più
spesso possibile per la fisioterapia nel centro di riabilitazione,
dove almeno avrebbe avuto maggiori occasioni di vita sociale che
non a casa.
La svolta interiore ,la spinta al cambiamento in C. avvennero il
10 maggio , giorno del fatidico controllo all'ospedale.
Crescenzo tornò prestissimo dall'ospedale di Benevento dove
era stato accompagnato dal figlio, al quale il medico di famiglia,
aveva raccomandato di farsi dare la cartella clinica, richiesta
un mese prima, nonchè di insistere perchè' al padre
facessero una TAC di controllo.
Fu detto loro da tutti i medici, compreso il sedicente facente funzioni
di primario (responsabile in prima persona della precedente dimissione
a rischio ), che il paziente stava molto bene e che poteva anche
ritornare a casa, che avrebbe potuto mantenere il miglioramento
della mano, esercitandosi a suonare l'organetto. Tornarono a casa,
ovviamente senza cartella clinica, nonostante la avanzata computerizzazione
dell'amministrazione dell'ospedale, perché era ancora in
reparto .Il medico curante non sapeva se e quali esami fossero stati
fatti per evitare a C. di ripetere quelli di cui aveva più
paura e che erano comunque necessari sia per l'angiografia sia per
la TAC. La dottoressa che salvò C. dalla morte ,facendogli
superare il coma, che era fermamente contraria alla messa in uscita
del paziente appena 5 giorni dopo, senza ulteriori esami sulla natura
del coma insorto con l'ictus, ha consigliato di far eseguire con
urgenza la scintigrafia tiroidea, altrove, oltre ad altri esami
perché era convinta che il problema di C. partisse dalla
tiroide.
Per quanto riguardava le sue condizioni generali, era evidente a
tutti il suo forte miglioramento.
Il figlio descrisse ai medici la terapia fatta con me, in attesa
di sapere con quale problema avessero a che fare e di ricevere indicazioni
dal fisiatra e dal neurologo. La dottoressa approvò la terapia
e soprattutto il modo in cui era stata fatta.
C. mi raccontò la dimostrazione fatta alla dottoressa e che
la fece ridere moltissimo quando le mostrava, mimandoli, gli esercizi
di stiramento delle braccia e delle gambe, spiegandole anche la
respirazione che aveva imparato, non ancora bene, per la verità,
a praticare.
Il figlio mi raccontava in dettaglio, gli effetti della loro andata
all'ospedale, compreso il rimarcare in tono sarcastico del facente
funzione di primario, che C. e famiglia erano assistiti da ottimi
medici anche fuori dell'ospedale.
C. intanto era uscito all'aperto e mi chiamava per farmi vedere
come aveva fatto gli esercizi di stiramento da me assegnatigli
..restai
a bocca aperta per la sua incredibile inventiva
..aveva costruito
la sua palestra all'aperto e capii che era entrato nel percorso
della guarigione.
La scena era più o meno questa: C. era nell'aia antistante
la sua casa, sulla soglia di una costruzione adibita a deposito
di materiali. Stava seduto su un tronco di legno che fungeva da
sedia che aveva sistemato all'ingresso del deposito con la visuale
sulla stalla e sul porcile oltre che sull'aia dove si svolgevano
quasi tutti i lavori di raccolta, sgranatura e conservazione dei
prodotti della campagna. Aveva le gambe aperte e divaricate con
i piedi ben poggiati a terra e controllava che la sua posizione
avesse la corretta perpendicolarità mentre eseguiva gli esercizi
di stiramento delle braccia, facendoli con la giusta apertura delle
spalle e del torace, alternando le braccia nella salita e discesa
o stirandole entrambe in contemporanea
la cosa incredibile
è che le sue mani si reggevano a una robusta corda che aveva
fatto sistemare dal figlio ad una trave del soffitto del deposito
sorretta da due incastri.
Oltre all'incredibile inventiva C. per eseguire gli stiramenti con
effetto di stretching era riuscito ad escogitare il sistema, l'unico
consentitogli dai suoi familiari, per uscire di casa, per esercitarsi
standosene all'aperto e all'ombra sulla soglia del deposito, in
compagnia delle nipoti, per riuscire da quella postazione centrale
e dominante a supervisionare il lavoro del figlio e degli altri
componenti della sua famiglia.
C. era compiaciuto e gratificato per quello che gli avevano detto
all'ospedale. L'ho molto complimentato per la sua buona volontà
ed ingegnosità nel praticare gli esercizi e, sfruttando la
sua invenzione della corda, gli assegnai altri esercizi e gli corressi
solo la posizione del corpo.
Ma non ero per niente tranquilla per l'inconsistenza della sua visita
di controllo e per la persistente latitanza ospedaliera ad oltranza.
A conferma dei miei timori , i familiari mi dissero che il giorno
prima del controllo C.era nuovamente caduto a terra e nessuno di
loro se n'era accorto per diverse ore. C. aveva voluto per forza
piantare nel suo orto le piantine di peperoncini, dopo di che era
caduto a terra. C. allora ha preso la zappa e tutto orgoglioso,
mi ha mostrato come la usava con la sola mano sinistra, come si
aiutava anche con la destra e come poggiava sopra il piede sinistro,
ancora traballante.
Mentre gli praticavo la terapia, C. non stava fermo un attimo, mi
precedeva nei movimenti, perché era ansioso di andare a controllare
le sue piantine nell'orto. Mi portò con sé a vedere
il lavoro fatto tutto da solo ed era così contento da non
capire perché io fossi, invece, preoccupata. La sua precisione
maniacale saltava subito agli occhi ,le piantine erano così
ben disposte, in file così regolari che doveva essergli costato
una fatica enorme. Pensavo interiormente che forse era meglio per
C. che morisse felice sistemando le piantine di peperoncini piuttosto
che infelice , conducendo una vita da recluso sotto la cappa di
protezione familiare o peggio che morisse di paura, di solitudine
e di abbandono in uno squallido ospedale.
Il mio ingresso "ufficiale" nella famiglia di C. a tutti
gli effetti fu deciso prima del 10 maggio: mi aspettavano con ansia
per propormi per il 29 maggio di fare la "madrina" supplente
ad Enza che mi adora, dopo il nonno, ovviamente.
C. mi aspettava anche per andare in chiesa con me ad ascoltare la
messa essendosi sempre rifiutato di andare con i suoi familiari
e sapevo il perché. Il figlio non è praticante come
C. e il resto della famiglia va in chiesa una volta ogni tanto,
e C. desiderava essere portato ad Apice al Convento dei Cappuccini
dedicato a S. Antonio "in un posto dove non lo conoscono".
Continuando a fargli terapie in vista della prima comunione di Enza,
osservavo C. che era sempre più eccitato, si muoveva freneticamente,
tutto contento che ora poteva finalmente andare a lavorare in campagna.
Voleva guarire al più presto ed esagerava con l'esposizione
al caldo e al sole. Più volte l'ho rimproverato per la sua
smania, pericolosa, data la situazione di accertamenti non ancora
fatti, invitandolo a lavorare almeno in ore più fresche della
giornata, nel corso della terapia, fatta all'ombra di un albero,
con C. seduto su una sedia. Verso la fine, C. smaniava per andarsene
nell'orto
Subito dopo il trattamento mentre C. camminava,
lo osservavo nella sua andatura più veloce e nell'appoggio
più stabile dei suoi piedi e d'accordo con il medico curante,
fu deciso di continuare una tantum con i trattamenti, data la smania
di C. e i miei impegni di lavoro.
Al mio ritorno ,il 15 maggio , trovai C. a letto per ordine del
medico curante: aveva il raffreddore e la febbre provocati dale
sue ripetute esposizioni all'umido . C. Aveva voglia di coccole
e mi chiese con insistenza di ricevere dei trattamenti più
lunghi perché lo aiutavano a sentirsi meglio e a riposare.
Dopo il trattamento ,la febbre era scesa e si fece porgere da me
l' organetto, appoggiato alla cassettiera e suonò con una
scioltezza incredibile. Desiderava suonare alla Prima Comunione
ma non credeva di potercela fare. Ancorché sapesse , da tempo,
mangiare e bere da solo, volle essere coccolato ed imboccato dalla
moglie. Due giorni a letto erano stati più che sufficienti
per C. che non sapendo più come far passare il tempo, aveva
suonato sempre l'organetto e quando ci riusciva bene, ricominciava
daccapo. Dopo la terapia, si volle alzare dal letto affermando:
" non sono più malato" e proclamando a voce alta
:" Il 29 marzo ero morto, dopo il 29 marzo sono rinato a nuova
vita. Il passato è passato. Ho imparato cose nuove e sono
migliorato".
Venne il giorno della Prima Comunione e C. visse tutta la gamma
completa di emozioni. Cominciò dal mattino presto a litigare
con la moglie perché non riceveva abbastanza attenzione,
mentre intorno a lui fervevano i preparativi di vestizione della
nipotina e del piccolo ricevimento organizzato in casa per accogliere
parenti stretti, me compresa, e i vicini ,prima di andare in chiesa.
Il risultato fu che andai alla ricerca della moglie che era scomparsa
nei campi a piangere sull'ingratitudine e la cattiveria del marito
e non volle venire alla cerimonia con la giustificazione che non
poteva assentarsi da casa perché doveva accudire gli animali
e per timore dei ladri che si aggiravano nelle vicinanze.
C. fu accompagnato in chiesa da un vicino di casa, al quale si appoggiava
nel camminare, se ne stette seduto tutto il tempo in fondo alla
chiesa, vicino alla porta d'uscita, visibilmente a disagio, perché
temeva l'indagare della gente non solo sulle sue condizioni di salute
ma anche le domande sull'assenza della moglie. In chiesa era fortemente
emozionato ed aveva gli occhi lucidi; al ristorante, era riservato
ma attento a quello che succedeva intorno; parlava poco, era spesso
triste, sempre pensieroso. Non riuscì nell'intento di suonare
l'organetto, un po' per la difficoltà a ricordare le parole
delle canzoni e anche perché c'era un complesso musicale
appaltato dai parenti di un altro bambino che aveva fatto anche
lui la Prima Comunione ed avevano organizzato il pranzo insieme
ai genitori di Enza.
C.mangiò pochissimo e se ne era andò nel primo pomeriggio
perché disse che si era stancato molto. Tornato a casa, se
ne andò a letto presto, senza parlare con la moglie.
Il giorno successivo C. era nervoso, pallido e stanco per il caldo.
Era in piedi già dalla prime ore dell'alba e lavorava indefessamente,
nonostante i rimproveri del figlio col quale aveva litigato violentemente.
Mi raccontò che aveva avuto difficoltà a dormire per
i suoi consueti attacchi di ansia notturna. Dopo il trattamento
,si sentì più tranquillo e rilassato.
Il giorno dopo , lo dovetti aspettare per un'ora . Era in giro,
chissà dove. Quando ritornò con il furgoncino dalla
campagna, era affaticato e si lamentava perchè si sentiva
male. Era frenetico nelle sue mille occupazioni, noncurante dell'esposizione
al caldo e al sole.
Mi raccontò che i benefici dei trattamenti gli duravano due
o tre giorni.
A giugno la terapia a C. assunse sempre più il carattere
di terapia di emergenza e di sostegno psicologico.
C. era molto insofferente al caldo, aveva la voce sempre più
gridata, piccoli tic alle labbra; si lamentava del dolore alle braccia
,anche perché non riusciva a stare mai fermo, era preoccupato
e in ansia per la raccolta del foraggio per nutrire gli animali.
Aveva lo sguardo spento e assente e diceva di non vederci bene.
Nonostante i benefici immediati del trattamento di emergenza, C.
continuava però ad accusare stanchezza fisica per il caldo
eccessivo e stress mentale con sensazioni di improvvise salite di
sangue alla testa e comparsa di vertigini. Aveva molta difficoltà
a mollare il controllo della situazione familiare e di lavoro. Continuava
ad avere atteggiamenti di durezza, rigidità e conflitto con
il figlio.Ormai nessuno riusciva a fermarlo più: usciva spesso
con il suo piccolo furgoncino e andava da solo anche molto lontano.
I trattamenti praticati avevano l'effetto di calmarlo sul momento
e di far scomparire gli effetti indesiderati del sintomo, ma non
cambiavano la sua situazione di fondo. C. era sempre il giorno dopo
visibilmente stanco, teso ,arrabbiato col mondo intero e rimuginava
sulla sua vita.
Non lo rividi che alla metà di agosto.
Ebbi la certezza che anche nel 2000 in Campania si può ancora
morire di malasanità.
C. da marzo era riuscito a fare, ovviamente, presso una clinica
privata, solo l'11 agosto, un ETC fortunatamente definito ai limiti
della norma con un ipertensione arteriosa moderata 140/80.
Alla visita dell'otorino,anch'essa privata, si scoprì che
il funzionamento era regolare anche se con una corda vocale in meno
,da molto tempo danneggiata.
La scintigrafia tiroidea, consigliata dalla dottoressa di non farla
all'ospedale,esame ritenuto dagli stessi medici urgente, potè
essere fatto solo alla fine di agosto, ed evidenziò un ingrossamento
che a volte premeva sulla trachea, determinando crisi di soffocamento
e a volte premeva sulla carotide, determinando una difettosa circolazione
di sangue e scarso afflusso al cervello.
Il doppler alle carotidi e alle arterie vertebrali, anch'esso eseguito
in strutture private, effettuato nel settembre 2000, rivelò
"un sovraccarico ateromatoso di grado diffuso. All'esame in
B-mode si evidenzia placca ateromasica fibrosa all'origine della
carotide interna sx determinante stenosi del lume di circa il 45%;
placca ateromasica fibrocalcica alla biforcazione carotidea origine
carotide interna destra al momento non emodinamicamente significativa;
ispessimento intimale diffuso".
L'unica nota positiva: nel frattempo era cambiato il primario all'ospedale
di Benevento. Il nuovo primario è rimasto sbalordito dall'inefficienza
del suo sedicente precedessore.
Per il resto la vita di C. è sempre la stessa, fortemente
a rischio con l'aggravante della nostra lontananza. L'ultina volta
che l'ho visto, pochi mesi fa, mi ha mostrato con orgoglio gli oggetti
in ferro battutto da lui prodotti a scopo di vendita per beneficenza:
a me ha regalato due picoli ferri di cavallo con le sue iniziali
incise sopra, a mio marito un miniaratro in ferro battuto e legno.
C. è così, la sua riconoscenza e il suo affetto lo
dimostra in modo semplice ma carico di significati. Eravamo commossi
fino alle lacrime. Mi ha perfino aiutato a prendere un pezzo di
tronco da adibire a sgabello e me l'ha ripulito con l'accetta usando
solo la mano destra per farmi vedere i progressi che aveva fatto.....
E poi si sorprendono se ancora nel 2002 provo rabbia verso il mondo
medico e le istituzioni
La storia di Crescenzo si commenta da sé ma offre spunti
di riflessione per il dibattito avviato con l'ipertesto.
Se si è predisposti alla relazione umana, qualsiasi ambiente
può andare bene purchè abbia i requisiti indispensabili
per gli afasici: silenzio e tranquillità intorno (se immerso
nel verde della natura è meglio) ,sufficiente ampiezza per
familiarizzare con lo spazio che li circonda e per riappropriarsene
come proprio- percezione e gestione del loro corpo nel movimento,
luminosità (anche con la collazione dei fiori o dei colori)
in contrasto all'atmosfera cupa vissuta interiormente, possibilmente
musica di accoglienza soft in sottofondo (suoni naturali o musiche
rilassanti) utili per operare uno stacco con la routine esterna
ed interna, per sedare l'ansia e attutire gli effetti dello stress.
Nel processo di rieducazione è importante la creazione di
"atmosfere" di accoglienza particolari che segnino l'avvio
della comunicazione sulle basi dell'ascolto non verbali, guardarsi
intensamente negli occhi, un respirare insieme, un contatto fisico,
uno stabilirsi della fiducia reciproca, prima chiave di ingresso
in tutte le comunicazioni.
L'ambiente ideale sarebbe uno spazio gestito dalle Associazioni
con disponibilità di personale volontario motivato (da retribuire
a prezzi politici) , che lo spazio sia collocato in una sede accogliente
in possesso di buona parte dei requisiti necessari al rilassamento
dell'afasico, che diventi un luogo di riferimento nel quale la persona
afasica abbia voglia di ritornare perché si sente a suo agio,
che possa imparare nel tempo a sentire come "suo" dentro
e riconoscere come luogo della sua riappropriazione. Tutte queste
condizioni si trovano raramente nei centri di riabilitazione dove
non ci sono le condizioni ottimali per stimolare la comunicazione
umana, dove si riscontra un generale appiattimento della riabilitazione
tecnica a scapito della relazione umana ed emotiva con conseguente
calo di motivazione sia nell'operatore che nel paziente che si rifiuta
di collaborare a una rieducazione che percepisce lontana ed estranea.
L'attore =l'afasico,il familiare, gli amici per il riabilitatore
sono tutti importanti anelli di congiunzione, i riabilitatori sono
mediatori di informazioni sul suo mondo interiore come la storia
di C. dimostra, rappresentano i cuscinetti di ammortizzo degli attriti
con il contesto in cui la persona afasica o quella diversamenteabile
vive. E' nella loro costante collaborazione e dalla modalità
di interazione che possono costruirsi relazioni diverse, più
fondate sul rispetto e sulla comprensione reciproca.
Quanto alle modalità , non ne esistono di precostituite da
proporre come modelli. Ogni persona è un microcosmo da scoprire
. Una modalità particolare, anche se sperimentata positiva
per una persona, può non risultare tale con un'altra persona
afasica. E' dalla relazione umana, dall'osservazione attenta e dal
porsi in ascolto dell'altro che si traggono quelle preziose informazioni
utili all'individuazione della particolare metodologia da usare
con quella determinata persona, con la sua storia, con il suo vissuto,
la sua esperienza di vita, con le sue paure, con le sue emozioni,
con i suoi sogni, ecc.
E' un po' come nel gioco collettivo e creativo dell'inventare una
storia circolare in una sera invernale seduti davanti al camino
, una storia che può anche non avere una fine e restare aperta,
storia che può finire, essere interrotta , cambiata e ricominciare
in infiniti modi diversi. Generalmente c'è una persona che
la inizia, altri la continuano e ciascuno esprime quello che ha
dentro.
Sugli interrogativi posti dall'ipertesto: cosa deve fare chi vuol
prendersi cura della persona afasica ? che cosa? Come? sarebbe necessario
1- fare più seminari in cui semplicemente si ascoltino gli
afasici e si entri in relazione di ascolto con loro ,seminari di
riflessione sul ruolo dei riabilitatori, giustamente definiti da
M.L.Gava "disabili comunicativi". Meno male che tra i
disabili comunicativi c'è una quota consistente di persone
intelligenti e sensibili che si pongono in discussione nel farsi
le domande: cosa faccio nella seduta di lavoro? quale strategia
uso? quale modalità di apprendimento è più
utile a questa persona?
Le storie degli afasici parlano chiaro; denunciano tutte da sempre,
da troppo tempo, quali sono le cose da cambiare: lo stress derivante
dal raggiungere i luoghi preposti alla loro rieducazione, l'essere
considerati numeri e non persone, tempi di attesa lunghi, peregrinazioni
tra vari centri, dipendenza dai familiari , non uniformità
di metodologie, deficienza umana dei riabilitatori, fastidio per
il rapporto solo tecnico con il riabilitatore, per i tempi scannati
della rieducazione, per la fretta imposta dalla terapia,per il rumore,
il chiasso, le grida, la folla, il traffico, per luoghi bui ed angusti
e deprimenti, senza luce ,senza suoni dolci e gradevoli, senza colori,
senza calore umano,ecc.
Tutte queste condizioni, e non sono poche, andrebbero cambiate e
finchè non lo saranno, sempre più afasici saranno
demotivati per stanchezza e rinunceranno alla possibilità
di un ritorno alla vita sociale, perché saranno sempre più
arrabbiati e quelli di loro, dotati di minore resistenza e forza
di volontà, rivolgeranno quella rabbia che provano contro
di sé, non potendo sempre scaricarla sui familiari, già
costretti a subire il massimo e a dover fare da soli. Il futuro
che aspetta gli afasici più deboli, perdurando le difficoltà
anche delle associazioni a sostenerli adeguatamente, è semplicemente
sconcertante: o l'isolamento e la conseguente depressione e rinuncia
alla vita (come già avviene purtroppo al sud) o un secondo
ictus mortale, come Blanca nel libro della Serrano o peggio la morte
per cancro (i casi già sono molti).
E' necessario abbattere tutte le barriere mentali ,i pregiudizi,
le false certezze metodologiche, i conflitti tra scuole ,la stitichezza
umana dei rapporti, che impediscono una sinergia dei due mondi (normalità
e afasia o diversabilità) contrapposti in tutto, per superare
quel muro di silenzio che li divide e che fa rassegnare tanti afasici
ad essere considerati come "fantasmi scomodi" perfino
nelle loro case, anche nella relazione con gli stessi familiari,
come nella testimonianza conclusiva dell'ipertesto.
Anche in quest' ottica, occorre tenere presente che non c'è
un solo luogo ideale da creare o ricreare, anche se deve prsentarsi
come un luogo di superamento delle logiche aziendali sulle quali
si fondano i centri riabilitativi, peraltro molto diversi tra loro
per qualità de |